Generare il bene

Chiedere la carta igienica

Venti minuti di luce con Massimiliano

Abbiamo passato insieme venti minuti, forse venticinque, stamattina. Non ci rivedremo mai più. Eravamo seduti a uno dei tavoli laterali, uno di quelli attaccati al muro, più o meno al centro della sala, io col mio grembiulino di plastica e uno straccio in tasca, tu con il tuo vassoio di cibo davanti. Ho intercettato il tuo sguardo mentre pulivo il tavolo a fianco al tuo. Un povero aveva appena finito di mangiare. Tu povero non mi sembravi. Avevi la barba corta, curata, i capelli, si bianchi, ma pettinati all’indietro in un codino corto, i vestiti che ti scendevano bene addosso, dovevano essere i tuoi. Infatti, i soldi nel conto mi hai detto che non ti mancavano. Ma.

Ma un giorno il tuo amico e socio ha avuto un incidente. È morto. Non ce l’hai fatta a portare avanti da solo la vostra piccola azienda di ristrutturazione. Hai iniziato a farti, cocaina soprattutto. Lunedi, Martedi, Mercoledi, Giovedi, Venerdi, Sabato, Domenica. E poi di nuovo Lunedi, Martedi, e così via, settimana, dopo settimana, mese dopo mese, fino a ieri. Ieri, anziché l’ennesima dose, hai preso te stesso e ti sei detto “Sono un drogato”. Tua moglie ti ha lasciato, tuo fratello ti ha aiutato. Così sei arrivato al Ceis (Centro Italiano di Solidarietà), e hai cominciato il periodo di osservazione che precede l’ingresso vero e proprio in comunità. Una sorta di preparazione a seguire le regole per capire se lo vuoi veramente. Cambiare, intendi. Tu si, lo vuoi veramente. Te lo dico. Mi rispondi che te lo dicono tutti. Come fate ad esserne certi? Ce l’hai scritto dapertutto, in come stendi la fronte quando sorridi e in come gesticoli quando parli. Hai gli occhi puliti e vivi.

Non gestisci tu i tuoi soldi, hai delegato tuo fratello e a mangiare vieni in Caritas. Non ti vergogni di dire la verità, no. Un drogato è un drogato punto. È di chiedere la carta igienica che ti vergogni. Quello si. E ho capito che mi vergognerei anche io. Tu che faresti se ti servisse la carta igienica? La chiederei. La risposta mi sembra scontata. È dove mi ha portato quella domanda che fino a un attimo prima non ci ero mai andata a finire. Come ti fa sentire immaginarti a chiedere la carta igienica a chissàchi?

Ecco.

Io prima ero come te. Voglio tornare ad essere così. Ma com’è che sorridi sempre? E sorridi, ma guarda come sorridi. Un po’ di tempo fa ti avrei fatto un pistolotto a vederti sorridere in un posto così. Ma invece è bello, mi stanno facendo bene tutti questi sorrisi. Guardati attorno, qui tutte queste facce. Rispondo che la vita li ha accappottati tutti troppo. Che lui, invece, è stato coraggioso. Deve esserne fiero.

L’astinenza è dura. Scoprire che quelli che chiamava amici, amici non lo erano l’ha mescolato alla tristezza. Eppure, Massimiliano ha la luce in quegli occhi verde trasparente, che dalla forma sembrano i gusci di un pinolo.

Parliamo di tanto, di tutto. Poi convogliamo lì, all’amore, perché è lui, l’amore, che se non è il punto di inizio è quello d’arrivo e se non è neanche il punto d’arrivo almeno in una frase, in sottofondo, ci si è intrufolato comunque. Non mi ricordo come ci siamo finiti, ma a un certo punto, mi dice, letteralmente, che <<Non tutti i buchi sono fatti per essere tappati, per parlare come se stessimo alle elementari >>. Poi mi da una definizione di cos’è per lui fare l’amore che mannaggia non me la sono scritta. Diceva qualcosa tipo che fare l’amore è un intreccio di due corpi, due anime, due modi di essere e agire che si fondono, si toccano, si sentono, si mangiano. Parla il linguaggio della tenerezza, Massimiliano. È di quelli che starebbe ore ad accarezzare la sua donna mentre vedono un film e mangiano una pizza. Crede negli abbracci. Sei sposata, hai figli? Fidanzata. Da quanto? Qualche mese. Come ti fa stare quando vi abbracciate? Al sicuro. E allora non lo lasciare mai. La prossima volta che lo vedi abbraccialo e non ti staccare più. Mi viene da ridere a pensarmi attaccaccata a Giando h24. Tipo quando mi attaccavo al polpaccio di mio padre e per camminare doveva trascinarmi. Ahahaha, e che faccio, la cozza? Un po’ difficile non credi?  Se ti fa sentire così, tu abbraccialo e non lo lasciare mai. Nessun diritto di replica.

Mi dice altre cose Massimiliano, poche tante, non importa. Tutte luminose.

Nel frattempo, un altro povero finisce di mangiare. Mi scuso con il mio nuovo amico, mi alzo per pulire il tavolo e riempire l’acqua. Vado anche io, che se no qui. C’è una malinconia strana quando ci salutiamo. È come se nessuno dei due l’avesse voluto, ma quella porta doveva varcarla. Domani tornerà qui, per pranzare ancora, allo stesso tavolo o su uno diverso, chissà. Scriverà la storia di una nuova giornata, mentre la nostra rimane qui su queste pagine e da qualche altra parte che neanche io so. Mi viene da abbracciarlo prima che vada via.

 In bocca al lupo, Massimiliano. Rinasci!


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