Vostro onore, voi mi accusate di essere esagerata, di sentire sempre tutto troppo. Ma cosa posso fare io se un’assenza, una mancanza, un distacco diventano un dolore che occupa il petto, lo squarta, ci rimbomba dentro? Dite che piango per nulla. Sono forse nulla due genitori che puntano con gli occhi il finestrino di un treno? Che guardano la figlia fino all’ultimo istante prima che riparta, un’altra volta? Che rubano al tempo tutti i secondi possibili per stare con lei ancora un po’? No, vostro onore, se pure una lacrima mi accarezza ogni volta in quel momento lì, io non sono esagerata. Sono amata.
Sono forse nulla il mare, il vento, il sole, Dio, un bacio, le coccinelle, le stelle, il bosco, l‘ombra, il ruscello? Si è mai fermato a guardarli vostro onore? Guardarli per davvero, in silenzio. Guardarli oltre quello che mostrano. È riuscito mai a vedere che il mare non è solo il mare, ma è l’acqua e la sabbia, il blu, i pesci, le onde, le barche, i barconi, l’orizzonte, le speranze? O che le stelle non sono solo stelle ma traiettorie, bussole, nostalgia, desideri, sogni? L’ha mai visto un bambino volare insieme al suo aquilone nel cielo della leggerezza? L’ha sentita lei, in quell’istante, la libertà?
Il fatto è che sentire mi scava. Più sento, più so che non sono fatta solo di ragione. E che non sempre la ragione ha ragione. E poi, sentire mi fa vedere ciò che altri non vedono. Sfumature di vita che perdersi sarebbe un vero peccato. O restano forse sottocoperta i marinai allo spuntare della terraferma?
Ed è vero. Sentire come sento io significa rischiare di rimanere annegati nell’abisso del dolore. Per il male ricevuto, per quello commesso, per quello che colpisce altri. Per ciò che succede. Per ciò che invece non accade. La frase “tanto poi passa” con me non funziona. Passano uno, due, tre settimane e ancora mi ritrovo lì, a ripetere alle mie amiche che non ce la faccio. Non riesco a mettere in pratica i loro consigli, anche quando vorrei. Sono un disastro certi giorni. Ma è che devo scendere per risalire. Stare male come si sta all’inferno. Essere presa e scaraventata a terra come se una di quelle piovre giganti fosse uscita da qualche romanzo fantasy e mi avesse scelta come bersaglio. I miei polmoni sono pieni di delusioni, inganni, tradimenti, amori mancati, storie finite, vite spezzate. Come quelli di tutti d’altronde. Sentire tanto non mi fa respirare. Non mi fa andare avanti senza che mi prima mi fermi. Mi svuotarsi. E comprendere che non sono sbagliata. Sono fragile.
Eppure, vede, vostro onore, sentire così tanto il dolore è un’opportunità. È la possibilità di toccare parti di me con tenerezza. È imparare ad usare la giusta delicatezza con gli altri. Sapere quando parlare e quando abbracciare. Quando farmi avanti e quando da parte. È imparare ad essere presente, a mè stessi e agli altri, che poi è imparare ad amarmi e ad amare.
Sento tanto, vostro onore, il dolore soprattutto. Non è un difetto. Una fregatura, certi giorni, forse sì. Ma è una di quelle che sono brutte solo all’inizio, perchè poi si rivelano la cosa migliore che mi possa capitare. O non sa, signor giudice, quanta magia si nasconde nei treni persi?
Vi infilate come pensiero nella mia testa quando vi pare, vostro onore. Mi dite che sono sbagliata. Che non vado bene così come sono. Che qualcun altro in quella situazione se la sarebbe cavata di certo meglio. Ma adesso che ho scoperto la vostra menzogna vi chiedo, una volta per tutte, di smetterla coi vostri inganni. E dunque mi rivolgo a questa corte, fatta di pensieri saggi e veri, per ottenere la sola libertà che conta. Quella di essere me stessa.
Scopri di più da Scintille di Lucis
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.