Racconti di viaggio

In riga

( A Milano non siamo riusciti a prenotarci alla mensa come volontari per il servizio. Ci siamo andati comunque, ma stando dall’ “altra parte”, in fila con i poveri. Questa l’esperienza di fra Cristian)

In riga. Finalmente mi hanno messo in riga.

Sono fra Cristian dell’ordine dei Frati minori e, nel lungo pellegrinaggio Via Lucis, mi trovo a Milano alla mensa dell’OSF (Opera San Francesco).
Così mi trovo in fila con poveri di ogni nazione, senza il mio saio, camuffato da povero per accedere alla mensa.
Voglio sentire cosa si prova a stare in fila per un pasto…

La prima cosa che mi salta all’occhio è la differenza da tutti gli altri. Nonostante tutto, il mio camuffamento non è credibile. Il mio pensiero da povero è diverso dal reale pensiero di un povero. Tutti  o quasi hanno ciabatte; buste di plastica con cibi in scatola vari e hanno valigie con sé. Infatti mi rendo conto che, chi vuol mangiare deve portarsi tutto con sé…non avendo casa. Chiaramente non sono credibile da povero.
Il loro abbigliamento è scombinato, il mio no.

In fila inizio a provare le prime sensazioni, sono in piedi da un pó, aspetto l’apertura, fa molto caldo e non mi rendo conto che aspettando lì in fila, avrei dovuto fare i conti col sole. D’improvviso mi accorgo della tettoia, pensata e costruita proprio per chi è in fila. Quando ero “dall’altra parte” nemmeno l’avevo notata…ma ora si, e ringrazio dentro di me chi ha avuto quel pensiero delicato di costruirne una.
In fila, la percezione delle cose cambia,  sento gli odori…sudore, urina…il luogo comunque ha un pavimento stradale annerito, sporco. Attorno a me sento solo lingue straniere, che per me sono esclusivamente suoni e non parole, tanto che dopo un po’ mi sento frastornato a sentire e non capire.

La fila non si è ancora mossa e la suggestione irrazionale di essere aggredito mi si presenta.
Mi sento improvvisamente vulnerabile, solo, indifeso…invisibile…chiunque potrebbe farmi un’ingiustizia ed io rimarrei invisibile.

La fila si muove, la mensa ha aperto.
Volutamente rimango fermo per farmi superare da chi evidentemente è arrivato dopo, ma nessuno mi passa avanti, anzi un signore, forse pakistano, mi dice di non volermi superare perché c’ero prima io.
C’è infatti compostezza, un’aria serena e rispettosa.

Dal momento dell’apertura non devo aspettare molto, 10 minuti circa e sono già al primo ingresso dove trovo un omone, probabilmente del centrafrica, a guardia della porta, col compito di smistare e ordinare gli ingressi.
Mi fa passare e giungo alla porta della mensa dove si entra con il bagde che solo chi è iscritto e registrato può avere.

Entrando dimentico il vassoio, torno indietro e lo prendo. Sento in me il bisogno di lavare le mani. Sono sporche dopo la mattinata passata in giro. Non voglio sedermi a tavola e mangiare con le mani sporche, ma non c’è un lavello per lavarle nè un erogatore di gel per pulirle.

Al primo step, una volontaria mette sul vassoio bicchiere, posate e un panino. Subito provo un certo fastidio a vedere il pane direttamente poggiato sul vassoio.
A seguire un piatto di ravioli (buonissimi tra l’altro), fagiolini ed una pesca. Evito volutamente di prendere la scatola di tonno. Il pakistano di prima mi raggiunge e mi dice del tonno, è dispiaciuto per me  perché pensa che l’abbia dimenticata.
Ne apprezzo il gesto ed il sentimento.

I tavoli sono da 4, con sedie fisse. Ne scelgo uno ancora umido dopo che la volontaria vi aveva passato lo straccio bagnato. In realtà non volevo sedermi a quel tavolo perché, essendo umido, mi dava l’impressione di sporco. È una mia personale suggestione. Infatti, il tavolo è pulito, tuttavia avrei preferito trovare un tavolo asciutto.

Il pranzo si svolge in silenzio, ma nessuno è scontroso e gli ospiti sono anche gentili. Riempiono l’acqua quando al tavolo manca, si condividono la frutta che io non ho voluto. Sono sereni.

Lascio il vassoio su di un rullo automatizzato e fingo di non trovare l’uscita. Una volontaria me la indica prontamente e mi avvio.
All’uscita necessito di un bagno, non lo trovo, ma c’è, subito adiacente alla mensa.

In riga…in fila…mettermi in fila mi ha messo in riga. La povertà è diversa da come la immaginavo. Pensare la povertà è diverso da viverla. Molte cose non le immaginavo così. Vederle dall’ <<altra parte>>, dalla parte dei poveri, offre vedute nuove, realistiche.
È un’esperienza che vorrei provare anche nella mia Caritas parrocchiale. Ho capito che solo stando in fila dall’altra parte posso davvero scoprire di cosa ha davvero bisogno mio fratello. 


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