Racconti

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Prima c’era un divano, ricoperto di foglie rosa antico. Adesso c’è un letto da ospedale, circondato da sponde per non cadere. Prima c’erano risate. Adesso ci sono urla di dolore. Prima c’era l’allegria di chi festeggia. Adesso c’è il silenzio di chi veglia. Prima c’erano cestini pieni di cioccolatini sul tavolo tondo al centro della stanza. Adesso su quello stesso tavolo ci sono scatole e flaconi di medicinali. Il salone della casa dei miei nonni si è trasformato da quando mio nonno non dorme più la notte, ha bisogno della flebo e di qualcuno che rimane sveglio accanto a lui. Qualcuno che non può essere mia nonna, paralizzata da dieci anni. Non è stato un infarto, né l’edema polmonare, ma il mignolino del piede sbattuto contro un mobile. È iniziato tutto da lì. Un livido che è diventato un’infezione e nel giro di qualche mese si è trasformato in un piede in cancrena. Mio nonno ogni tanto riesce a riposare. Mi ascolta se gli parlo. Urla se gli vengono le fitte alla gamba. Si tranquillizza quando lo massaggio. Chiede a mio padre se morirà. Mio padre non risponde ed esce dalla stanza dopo avergli attaccato l’ennesima flebo di antidolorifico. È settembre ed entra il sole dalla finestra di fronte al letto. Le tende sono tirate. Si vedono il cielo e i palazzi di fronte. Stefania è riuscita ad arrivare. Portiamo in camera anche la nonna sulla sedia a rotelle per farli stare vicini come lo sono stati una vita. Nonno, diventerai bisnonno. Mio nonno fa quell’espressione di sorpresa solo sua che lo illumina e lo fa diventare buffo insieme. Annamaria, Annamaria diventeremo bisnonni! È uno dei momenti in cui sta meglio, la voce esce con forza. Si, Augusto! Evviva evviva! Stefania aspetta un bambino. Diventeremo bisnonni. Oh, che bello! Mia nonna, che è bravissima a trattenere le lacrime, per fortuna non fa lo stesso con l’entusiasmo. Chissà se lo conoscerò.Si nonno, vedrai che ce la farai. Stefania lo dice a sé stessa ancora più che a lui. Mio nonno cerca la mano di mia nonna. La avviciniamo con la sedia un altro po’ in modo che riescano a tenersi. Rimaniamo nella stanza almeno un’altra ora a guardarli dalle due poltroncine basse a fianco alla porta. Vedo un vecchio album sullo scaffale del mobile accanto a me e lo prendo. Io e mia sorella ci mettiamo a sfogliarlo. Ci sono foto in bianco e nero dei nonni quando erano bambini e neanche si conoscevano. Poi di loro due da giovani. Mia nonna nelle sue estati al mare di Manfredonia. Mio nonno nella sua campagna di Gioia del Colle. E ancora, loro due che leggono su una panchina, loro due con i f igli per mano, loro due ai matrimoni dei figli, loro due con i nipotini in braccio. Le mie dita scorrono anni di storia mentre i miei occhi ne osservano i titoli di coda e pregano. Che si fermi tutto. Che quell’istante non finisca. Che il nonno e la nonna non si separino.

Dlin dlon. Bussano alla porta. È mia zia che è venuta a darci il cambio. Mio nonno si è addormentato. Riportiamo la nonna nel tinello dove riprenderà a divorare libri. È l’unica cosa che può fare oltre a guardare la tv. Ma ha sempre preferito la prima. Torno a casa dei miei. Il giorno dopo io e Stefania ripartiamo una per Roma, l’altra per Milano.

Sei giorni dopo, il 27 settembre mi squilla il telefono di mattina presto. Babbo. È il 27 settembre quando Sergio Augusto è andato via, in Cielo come dicono i bambini. Otto mesi dopo Stefania è in sala parto. È il 27 maggio e un altro Sergio è pronto a cominciare sulla Terra.


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