Generare il bene

Bimbi rom

Gloria è una bimba di otto anni che sabato scorso è stata buttata giù dal letto di mattina presto insieme a Chanel, Gabriel, Moreno, Federico e Brian per andare al giubileo dei rom. Non ha idea di che cosa sia. Ha capito soltanto che si va a vedere il Papa. Con gli occhi ancora abbottati dal sonno, sale sul furgoncino bianco guidato da Marco insieme al resto della ciurma. Si ritrova in una sala grande, elegante, piena di sedie di legno. Il palco di fronte a lei ha sullo sfondo grossi rami che intrecciano l’uno con l’altro e puntano verso il cielo. Gloria non lo sa, ma quella stanza si chiama aula Paolo VI. È una stanza da cui è passata tanta gente, solitamente vestita elegante. È la stanza delle udienze dei Papi, il luogo degli incontri con la gente, come una sorta di salotto di casa sempre in ordine per ricevere gli ospiti. Nell’attesa che arrivi Leone, ci sono delle giovani zingare che ballano sul palco vestite con i loro abiti tipici. Ballano anche Gloria e Chanel in piedi sulle sedie. Tutti si girano a guardarle. E non perché in piedi sulla sedia non bisognerebbe starci, ma perché le due bimbe sono brave veramente. Muovono il bacino sculettando come danzatrici del ventre, stendono le braccia lungo i fianchi oppure le lanciano all’insu, scuotono la testa quel tanto che basta ai loro lunghissimi, nerissimi capelli sciolti per ondeggiare lungo la schiena. Poi la musica finisce. Il Papa arriva. Si mettono buone in silenzio ad ascoltare. O almeno ci provano. Leone XIV parla di loro, dice che bisognerebbe imparare dai bambini, perché i bambini non fanno distinzioni di razza, ma sanno giocare con tutti. I rom prima di tutte le etichette giuste o sbagliate che si possano attribuire loro, sono uomini e donne come tutti noi.
Dopo gli applausi, le urla e la speranza disillusa che il Papa si avvicini alle transenne del corridoio, Gloria e gli altri si mettono in fila fuori per prendere il pranzo. Ricevono un sacchetto con dentro due panini, una crostatina, acqua e succo. Mangiano meno della metà di quello che ricevano, collezionano tutto in una sola busta. Ce lo portiamo a casa, dicono.
Nella strada verso la metro, Gloria vede un uomo che dorme steso a terra. “Posso dare un panino a lui”? fa a Simona. “Si certo”. La bimba prende un panino e una bottiglietta d’acqua e li mette vicino a quel signore. Fa così con ogni persona povera che incontra lungo il tragitto tra San Pietro e Ottaviano. Lo fa lei e lo fanno tutti gli altri bambini, cosicchè Nico a un certo punto si ritrova circondato da bambini, panini e crostatine. Mentre racconta che ha due figlie e che il piede ce l’ha tutto storto perché pochi giorni dopo aver iniziato la prima elementare è stato investito da una macchina, arriva anche Brian con un’immaginetta in mano. È la madonnina dei viandanti, che i bambini hanno trovato nella sacca insieme al ticket per il pranzo. Una Madre che passa da povero a povero. Da figlio a figlio. Nico la prende, la bacia, la mette in tasca. Poi li ringrazia sorridente.
Gloria, Chanel, Gabriel, Moreno, Federico e Brian sono bambini e sono rom. E io non lo so, ma mi auguro di no, se un giorno li troveremo sulla metro o per le strade a rubare cellulari e portafogli. So solo che questi piccoli hanno un cuore buono. E che sta a noi grandi fare tutto quello che possiamo perché rimanga tale.


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