Brasile 2025

Qui dentro – le Favelas di Fortaleza

Gli occhi di Fulvia si sono riempiti di lacrime quando Dania le ha detto: “No mamma, questo non è un pollaio. Qui dentro le persone ci abitano”.

<<Qui dentro>> è la favelas Heisenberg di Fortaleza, solo uno dei tanti quartieri in cui si vive di niente. Pezzi di legno incastrati uno sull’altro, tenuti insieme dal fango per segnare i confini di un minuscolo spazio chiamato casa. Striscioni plastificati di vecchie pubblicità a coprire lo spazio lasciato tra un listello e l’altro o a fare da divisorio tra una stanza e un’altra. Non esistono porte o finestre. E nemmeno il bagno.

Entriamo tre per volta nella casa di Maria, non c’è spazio per stare in più di questi. C’è un cumulo di vestiti e stoffe colorate lungo tutto il corridoio. Sono impilati uno sopra l’altro dal pavimento fino a metà della parete. Maria li usa per creare tappeti che poi prova a vendere. Il resto dello spazio libero sul pavimento è quello necessario a metterci i piedi e passare. In un angolino, ci sono due o tre pentolini con un fornello da campo. Quella è la cucina. Vado oltre seguendo la forma a elle della casa. Alla mia sinistra un letto matrimoniale con sopra un uomo grosso, ubriaco, che ci si rotola sopra. È il marito di Maria. Non c’è più nulla, se non un gatto magro e spelacchiato legato a un guinzaglio, perché se no i cani se lo mangiano.

Alice ha quattro figli e nessuno che l’aiuta. Della sua famiglia sono morti tutti. Nel cortiletto antistante la casa, tanti vestitini appesi a dei fili ad asciugare. Alice è una mamma che si prende cura dei suoi piccoli, ma non ha qualcuno che si prenda cura di lei. Parla tanto, come se la nostra presenza lì fosse la sua occasione. L’occasione per essere vista, ascoltata, riconosciuta, amata. Le parole escono a fiumi, gridano pietà. Si asciuga una lacrima mentre dice che non ce la fa. Implora compassione. Fa tenerezza. Amami, almeno tu. Dania allora la stringe forte e sé. Alice, con quell’abbraccio ancora addosso, rientra a casa. Ricomincia, perché deve farcela anche quando non ce la fa.

Beatriz e Miguel sono luminosi. Stanno insieme da quando avevano sedici anni, oggi ne hanno ventisei. Lei estetista, lui elettricista. In qualche modo riescono a cavarsela. Hanno due bambini, entrambi molto belli. Miguel tiene in braccio il più piccolo e gioca con lui. Beatriz ci accoglie e fa gli onori di casa, mentre la bimba più grande si nasconde dietro il suo vestito lungo. Ci racconta che sono lì da un paio d’anni e che quella baracca l’hanno tirata su tutta loro da soli. È una casa semplice, essenziale, che trasmette armonia. Esattamente come loro due, sereni, sorridenti, complici. Si scambiano sguardi, si passano la parola in un dove finisci tu comincio io e viceversa, scherzano tra di loro e con noi. Beatriz e Miguel non hanno molte cose, ma custodiscono l’unica che anche quando non hai niente, allora hai tutto. Beatriz e Miguel si amano.

Leonor ha una casa disordinata, ma ci fa entrare lo stesso. Fili elettrici dappertutto, oggetti sistemati lì dove trovano spazio. Sguardo rassegnato ad una quotidianità che vorrebbe diversa, ma che non può cambiare. Vive di minimi. Lo stato le passa 600 reais al mese, le associazioni come Nuovi Orizzonti e una mensa lì vicino, il cibo. Ci fa vedere che ha una zona, vicino il frigo, completamente invasa di formiche. Chiede come deve fare. Diciamo che serve il veleno. Costa 5 reais (circa 50 centesimi), ma lei non li ha. Deve aspettare che le arrivi il prossimo contributo dello stato mentre le formiche scavano il loro nido nella sua casa, a meno che qualcuno non riesca a procurarglielo prima. La donna che si occupa di tenere tutto sotto controllo in quella favela le dice che ci avrebbe pensato lei. Tra di loro, i poveri si aiutano.

L’ultima casa che visitiamo è quella di Benedita. Anche lei ha quattro figli, due sono gemelli. Il maschietto è nato prematuro e le sue gambe non funzionano. È seduto su uno dei due letti matrimoniali che si trovano posti uno di fronte all’altro appena si entra in casa e che, in pratica, ne ricoprono tutta la superficie. Sorride come chi sorride chi finalmente ha un motivo per spezzare lo scorrere delle ore tutte uguali. Giornate in cui l’unica cosa che cambia è la parete da fissare. Per lui noi eravamo volti e voci nuovi, persone da guardare e da cui lasciarsi guardare. Anche qui ognuno di noi si infila dove trova spazio, all’ingresso o in fondo alla stanza. Solo i due letti in mezzo. L’aria è pesante, fa molto caldo, ma l’ascolto di fronte a quella mamma è sacro. Se essere poveri è stare su una scialuppa di salvataggio, essere poveri con un figlio malato è stare su una scialuppa di salvataggio in mare aperto di notte con il vento che soffia forte. Benedita ci racconta tra gli infiniti travagli, che Tomas e Beatriz potrebbero andare a scuola con il pullmino se non fosse che non è dotato del pedale per far salire la sedia a rotelle di Tomas. Così, ogni mattina, è Beatriz che porta a scuola suo fratello spingendo la carrozzina. Beatriz è una guerriera che per Tomas non si arrende. Beatriz è una sorella custode di suo fratello.

Dopo queste visite, torniamo tutti a casa con il cuore rotto. Io, entrando << qui dentro>> ho compreso, forse, cosa è la povertà. Uscendo da <<qui dentro>>, porto << qui dentro>> dentro di me.


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