Cose belle

Vita eterna

<< E sarò pane, e sarò vino, nella mia vita, nelle Tue mani >>

Il 24 ottobre 2024 a Roma ha diluviato e I. è morta. Non per colpa della pioggia, ovviamente. È stato un tumore al pancreas a portarla via dagli acquazzoni e da tutte le giornate di sole che sono venute dopo. Ci ha messo solo sette mesi.

Quella mattina G. era andato a trovarla in ospedale. È arrivato nella stanza dove avevano portato sua figlia con i pantaloni inzuppati dal polpaccio in giù.

“Papà che sei venuto a fare? Vedi come ti sei combinato. Vai a casa. Io tanto tra due giorni esco”.

G. ricorda a memoria quello che si è trasformato nell’ultimo saluto di sua figlia.  “Menomale che ci sono andato” ripete ogni giorno, da quel giorno in poi.

G. è un padre pieno di dolore che mi ha consegnato questo pezzo di vita e di morte ieri, davanti alla tomba di I.. Eravamo al cimitero del Verano, nella cappella dell’arciconfraternita del SS Cuore di Gesù. La stessa di Chiara Corbella Petrillo.  Solo che Chiara è nel cortile esterno alla cappella. I. invece riposa all’interno.

Ero andata lì per Chiara, o almeno così credevo. Essendo l’anniversario della sua nascita al cielo ero passata per salutarla, ringraziarla, chiedere di intercedere per le mie fatiche che assomigliano tanto alle sue.  Mi trovavo fuori, insieme a tanti altri giovani e non, sotto il sole cocente. Contemplavamo il segreto inciso sulla pietra sotto il nome di Chiara, di Mariagrazia Letizia e di Davide Giovanni: nascere e lasciarsi amare.

A un certo punto ci è stato detto che, per chi voleva, all’interno c’era la possibilità di confessarsi. Io volevo. Sono entrata.

“Posso?”

“Si, certo, vieni”.

Mi siedo di fronte a don Simone, su due sedioline arrangiate per l’occasione.Gli consegno ciò che mi attanaglia. Stava cominciando a rispondermi quando è entrato G..Ha cominciato a posare dei girasoli dentro un vaso. Il primo, poi il secondo, il terzo e ancora un altro. Io e il don restiamo zitti. Aspettiamo. G. comincia a parlare. “È mia figlia”. A qualche centimetro da me c’è la foto di una giovane donna. La guardo bene. Ha un sorriso solare. “È bellissima”. “Eh lo so che è bellissima. Quarantasei anni. Aveva tanta voglia di vivere. Ha lasciato due gioielli”. G. prima guarda sua figlia, poi si gira verso di noi. Nei suoi occhi c’è scritto tutto il dolore che si porta dentro.      

“Vogliamo dire una preghiera insieme?”. Il don mette tutto nelle mani di Dio.

“Si, certo padre”.

Io e don Simone ci alziamo. Prima ancora del segno di croce, G. tira fuori la domanda delle domande, quella a cui spera di trovare, prima o poi, qualcuno che gli dia una risposta.

“Guardi padre, le dico una cosa. Prima che succedesse questo fatto, non c’era nessun uomo più credente e più fedele di me. Ma adesso il nulla. Gesù Cristo, Dio, non esiste più niente. Non è possibile che Dio esiste e mia figlia muore così. Non è giusto. Perchè è successo?”

“Preghiamo e poi le rispondo, d’accordo?”

“Sisi, certo”.

Chiediamo aiuto a Maria. Anche suo figlio è morto senza che fosse giusto.

Poi Don Simone benedice G.

“G. io non ho una risposta alla tua domanda. Nessuno ce l’ha, Dio solo. Tu hai ragione. Non è giusto. Ma non fermarti sul perché. Non fermarti solo su quello che è accaduto, ma guarda avanti. Tu ritroverai tua figlia un giorno. Pensa a questo”.

“Io ho così tanta rabbia dentro. Come vorrei tornare ad avere la fede di prima. Spero tanto, padre, che la sua preghiera venga ascoltata, che io possa credere come credevo prima. Come lo vorrei”.

“G. visto che siamo in questo luogo, posso chiederti se conosci la storia di Chiara?”.

“Si, eivoglia, eccome”.

“Ecco, allora chiedi a Chiara che questa rabbia possa andare via. Prega lei perché questo nodo che si è creato dentro di te possa essere sciolto”.

G. continua a raccontare quanto meravigliosa fosse I.. Di come, nonostante la malattia, dicesse sempre di stare bene.

Quando finisce di parlare, G. passa un panno sul marmo. Il don si siede e mi risiedo anche io.

“G. scusaci, finiamo un attimo la confessione”.

G. si allontana.

Io e don Simone ci guardiamo negli occhi. Non c’è molto da dire. Solo da guardare le cose, anche quelle brutte, anche il male che ci portiamo dentro, dalla prospettiva giusta. Quella della vita che vince su ogni morte, quella fisica e quella del cuore.

Mi dice di pregare un Padre Nostro e di soffermarmi sulla parola <<Padre>>.

Ringrazio don Simone. Mi alzo e faccio per uscire. G è rimasto lì, sullo stipite della porta. Vado verso di lui e spalanco le braccia. Restiamo abbracciati forte per un tempo che non ha niente a che fare con le lancette di questo mondo.

“È da parte di tua figlia”. “Si, è proprio l’abbraccio di mia figlia questo”.

Il don è dietro di me. Lo stringe anche lui per un po’ a sé. Dopo l’abbraccio di sua figlia, arriva quello di Gesù. G. continua a parlarci, a ripetere con gli occhi rossi e lucidi quanto spera che la preghiera fatta prima venga ascoltata. Quanto desidera ritrovare la fede.

Poi è lui che spalanca le braccia. Ci riprende tutte e due contemporaneamente e ci porta a sé. Formiamo un unico corpo unito in un abbraccio che contiene tutto e tutti: padri, figli, fratelli, dolore e amore. Ecco cosa fa il Signore.

G. ancora non lo sa, ma è adesso, in questa prova, che la sua fede è ancora più grande di prima. Perchè fede non è sentire. Non solo, almeno. O non sempre. Fede è cercare. Desiderare. Sperare.

Non glielo dico. Sono certa che un giorno lo scoprirà.

Poco dopo l’incontro con G., in quella cappella abbiamo celebrato la Messa. La prima lettura diceva che siamo tribolati ma non schiacciati. Parlava di G. Il salmo, che la morte dei suoi fedeli è preziosa agli occhi del Signore. Parlava di I..

E mentre stamattina pensavo alla parola padre, come mi aveva chiesto don Simone di fare, ho visto G. G. che corre da I. sotto il temporale. G. che non si dà pace per lei. G. che è così orgoglioso di sua figlia che deve dirlo a tutti. G. che non passa giorno senza occuparsi di lei, anche se ciò significa prendersi cura del suo sepolcro.

È così che un padre ama una figlia. È così che Dio ama me e te.


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