[Racconto ispirato alla storia di Yusdra e Sarah Martini]
Saluto i miei genitori pensando che potrei non rivederli mai più. Mia madre piange. “Andrà tutto bene, te lo prometto”. Lo dico, ma non ne sono poi così sicura. Loro restano a casa, con le bombe che piovono su Damasco. Io vado in Europa, dove non esplode nulla. La settimana scorsa, mentre gareggiavo, una bomba ha sfondato il tetto della piscina. Sono viva e sono qui perché è rimasta inesplosa. Non posso più restare, non voglio. Non ce la faccio a svegliarmi ogni mattina pensando che potrei essere la prossima a finire polverizzata. Voglio allenarmi per le Olimpiadi. Papà dice che ce la posso fare.
I megafoni dell’aeroporto chiamano il volo per Istanbul. Respiro l’odore agrumato che mia madre si è spruzzata sul collo. Lo imprimo nelle narici e nella memoria. Così posso portarmela addosso. Poi allento le braccia con cui mi ero aggrappata forte al suo corpo. “E’ ora. Ti voglio bene mamma. A presto”. “Ti voglio bene anche io. Scrivimi appena arrivi. Allah ti protegga”. Cammino dritta avanti fino a che non ho passato i controlli. Mi giro verso di loro per mandare un ultimo bacio volante prima di scomparire verso il gate.
A Istanbul cerco il contatto che mi avevano indicato. Lo trovo su un pontile tra le bancarelle. Il suo stand è pieno di manichini vestiti con camicia, pantalone e giubbotto salvagente. Mi chiede duemila dollari per portarmi sulla costa da dove sarebbe partita un’imbarcazione per Lesbo. Li prendo dal gruzzolo di soldi che mi ha dato mio padre. Sono i risparmi di una vita.
L’indomani salgo su un bus. È vecchio e i bordi dei finestrini sono arrugginiti. Durante il viaggio il motore singhiozza. Vorrei dimenticarmi dove sono e guardare fuori, ma non posso perché ci hanno proibito di spostare le tendine. Devo fare pipì, ma non mi fanno scendere. Sul sedile al fianco al mio è seduta mia sorella Sarah.
Qualche ora dopo il bus si ferma in mezzo a una strada che si affaccia su un boschetto. “Tutti giù, forza!”. Ci chiedono mille euro e ci danno un giubbino salvagente. “Da quella parte, noi andiamo a prendere la barca”. Grossi pini si stagliano lungo il varco di terreno scosceso che conduce alla spiaggia. Cammino accanto a Sarah. “Sarebbe bello essere come loro, con le radici ben conficcate nella propria terra”, mi dice. “Vedrai che torneremo a casa, un giorno”.
Sulla spiaggia ci sono circa quaranta persone. Con quel giubbino addosso, a vederle da lontano sembrerebbero tanti puntini arancioni. L’uomo arriva con un gommone in cui ce ne vanno sì e no venti. “Salite, forza”. “Ma non c’entriamo tutti”, protesta un ragazzo. Si chiama Abdul. “Su salite, o resterete qui”. Avevo messo in conto che sarebbe stato pericoloso, ma non immaginavo fino a questo punto. Tanti si fiondano su quella imbarcazione improvvisata. Io indietreggio. Resto immobile mentre guardo il gommone riempirsi. Mi salverai o mi ucciderai? Decido di scoprirlo. Meglio la morte che una non vita.
Siamo così uno appiccicato all’altro che è impossibile muoversi. A un certo punto le onde si fanno alte, iniziamo ad incamerare acqua. Il motore si spegne. Abdul prova a farlo ripartire, ma non c’è verso. Siamo troppo pesanti. Buttiamo giù gli zaini e tutto quello che abbiamo. C’è chi grida forte, chi prega in silenzio, chi protegge i figli dall’acqua e dalla paura come può. Le ore passano, cala la notte. Ma siamo ancora fermi, senza più forze e più disperati. Chiudo gli occhi e rivedo il volto fiero di mio padre ogni volta che miglioravo il tempo di una vasca. So nuotare. Posso farlo. Mi alzo, aggancio la cima d’ormeggio ai lacci del giubbotto salvagente e salto. “Che fai, torna qui”, urla Sarah. Ma poi si tuffa anche lei. Abdul tira la corda del motore che riparte. Comincio a nuotare, un braccio fuori mentre l’altro spinge l’acqua giù. Quando sono troppo stanca mi lascio trasportare dalle onde e guardo la luna. È l’unica a rischiarare tutto il buio che mi circonda. Non so quanto tempo sia passato. Tre ore o forse quattro. Poi le prime luci di un mattino calmo svelano che la terraferma è vicina. Dal gommone cominciano a urlare. Questa volta è gioia.

Disegno di Carmelo Ciaramitaro
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