Racconti

P(A)ssaggi di vita

Ci sono attese che durano una vita e vite che durano il tempo di un’attesa. Sono quelle di minuscoli embrioni che salutano dallo schermo di un ecografo mentre vengono dichiarati incompatibili con la vita. Quel 20 marzo era un giorno di sole, di quelli in cui i cappotti invernali vengono messi in letargo e i primi fiori cominciano a rivestire i rami dei ciliegi. Giselle era alla decima settimana di gravidanza e prima di infilarsi la maglietta si guardò la pancia un po’ più a lungo. Quella nuova vita dentro di sé era impercettibile. Un segreto solo suo e di pochi altri. Si accarezzò la pelle vicino l’ombelico, sperando che da lì dentro Zizù potesse sentirla. Un’ora dopo, lei e Marco erano nello studio della ginecologa per la visita di controllo. Non vedevano l’ora di giocare a indovinare a chi sarebbe assomigliato il piccolo o la piccola. Solo Zizù per ora. Giselle era stesa sul lettino. La sonda a ultrasuoni puntava sulla pancia come un telescopio il cielo. Al di là di strati di pelle, muscoli, tessuti, minuscoli puntini bianchi formavano una costellazione. Aveva la forma di una nuova vita.

La dottoressa tutto d’un tratto si zittì. Roteava la sonda sul ventre continuando a fissare lo schermo, in cerca di qualcosa che doveva esserci ma non vedeva.  “Dottoressa, tutto bene?”. Fu Marco a parlare. Giselle non aveva il coraggio di chiedere. Aveva capito, ma finché qualcosa, qualsiasi cosa, non veniva pronunciata, avrebbe potuto fare finta che non fosse accaduta. La donna finalmente staccò gli occhi dallo schermo per posarli in quelli di Marco e di Giselle.  “Ragazzi, purtroppo è presente una malformazione congenita del tubo neurale, che ha compromesso la formazione degli emisferi cerebrali”. Giselle e Marco si guardarono. Di quelle parole strane, avevano capito solo che dovevano essere forti.  “Può spiegarci meglio?” “Al vostro bambino non si sono formate le ossa del cranio e l’encefalo. Potrà sopravvivere qualche minuto o poco più dopo il parto, se decidete di tenerlo”. Nell’oltre dello spazio, un buco nero inghiottì la luce da due occhi grandi e restituì una lacrima.  La dottoressa continuò a parlare, ma Giselle non sentì più nulla. Si ripulì, si rivestì e uscì dalla stanza. Marco con lei.

Prima di uscire dall’ospedale, attraversarono un corridoio fatto di piastrelle blu. Sembravano non finire mai, come le domande che affollavano la mente di lei. Non riusciva a smettere di chiedersi perché proprio a lei, se avesse sbagliato qualcosa, come sarebbe stato adesso pensare a Zizù. Non l’avrebbe attaccato al seno, non gli avrebbe cambiato i pannolini facendogli le smorfie, né fatto giocare con l’acqua durante il bagnetto. Sperò anche in qualche complicanza del parto, che avrebbe portato pure lei alla morte. Poteva, infatti, chiamarsi vita quella che sarebbe venuta dal giorno in cui Zizù non ci sarebbe piu stato? Marco invece pensava a Giselle, che era al suo fianco ma era anche altrove. Doveva proteggerla dal dolore e da sé stessa, ma non sapeva cosa fare. Si fermò, la strinse forte a sé e i due diventarono un unico pianto. In quel momento, senza dirsi niente, si amarono ancora di più.

Salirono in macchina e andarono al solito posto. La chiesetta di fronte al lago, dove si erano incontrati la prima volta, li aspettava. Li aveva visti promettersi amore eterno e, un anno dopo, ringraziare per le due lineette sul test di gravidanza. Non c’era nessuno dentro. Si sedettero e stettero per un po’ in silenzio. Guardavano quell’uomo crocifisso appeso al muro al centro del presbiterio. Aveva le braccia spalancate, la testa reclinata su una spalla e un ciuffo di capelli che copriva il lato sinistro del volto. “Marco, ma tu l’hai capito che significa che Lui è morto per noi? ““No, ma ho capito che se Zizù non potrà stare con noi, allora vorrà dire che starà con Lui. Dev’essere un bel posto il Paradiso”. Marco baciò la pancia di Giselle sopra il vestito bianco. Poi le prese la mano. “Glielo diciamo anche stavolta?”. “Sono pronta”.  Finchè poteva appoggiare la sua testa sulle spalle di Marco, Giselle si sentiva al sicuro. Anche con quella croce addosso. “Sia fatta la Tua volontà. Per favore, però, non lasciarci”. Una consolazione che sapeva di mistero li avvolse. Seppero di non essere soli. Zizù non era solo figlio soltanto loro. Zizù era figlio di Dio. Zizù era figlio per sempre.

“Andiamo?”.  Lei fece cenno di sì con la testa. Mentre passeggiavano lungo il lago, un leggero venticello le spettinò i capelli.  Lei si fermò, si tolse le scarpe e per un attimo, uno soltanto, non ebbe paura.


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