Cose belle

Benedette mandorle

Hai mai pensato di andare in stazione e salire sul primo treno in partenza? Io ho sognato questa pazzia tante volte e oggi è stato il giorno in cui l’ho fatto per davvero.

Sono arrivata a Termini e ho guardato il tabellone delle partenze. Il primo treno in procinto di partire era diretto a Venezia, con fermate a Firenze, Bologna, Ferrara, Padova. “Ferrara in effetti mi manca” mi sono detta e sono salita. Viaggiare può essere partire per scoprire posti nuovi o può essere tornare per risentire il calore di casa. In un via vai continuo di partenze e ritorni, questa volta, per me, viaggiare significava semplicemente stare lì, su un Frecciarossa qualunque, senza andare veramente da nessuna parte. Avevo un compito da svolgere a bordo: raccogliere fondi per sostenere AIPD, un’associazione che si occupa di persone con la sindrome di down. Mi ero inserita nella lista dei volontari non appena mi era arrivata la mail in cui la struttura di People Care di Trenitalia, che si occupa di politiche sociali, chiedeva disponibilità a partecipare all’iniziativa che si svolge ogni anno durante il periodo natalizio. Non ci ho pensato due volte, non subito almeno. Poi invece sì. Ci ho ripensato e ho creduto che probabilmente sarebbe stato meglio se fosse arrivato qualcuno o qualcosa, qualsiasi cosa, come un formicolio improvviso, per esempio, a bloccare le mie dita mentre digitavo il mio nome in quel file Excel. Quanti sguardi seccati e quanti “no” mi sarei addossata senza riuscire a rimanerne immune? Quanto avrei voluto essere una semplice giovane che dava una mano per un’associazione e quanto mi sarei sentita invece una fastidiosa disturbatrice che interrompeva le persone intente a farsi i fatti loro?

Era da qualche giorno che sentivo qualcosa di stonato in me. Qualcosa che mi diceva che non devo aiutare sempre tutto e tutti. Ed è vero che è così. Ognuno è chiamato a fare la sua parte, che è diversa per ciascuno di noi. Ognuno con i propri talenti, la propria personalità, il proprio essere. Siamo gocce di Bene in un immenso oceano d’Amore. Madre Teresa direbbe qualcosa del genere. Nessuno può fare tutto ed è un bene che sia così. Tutti però possiamo fare qualcosa e quelle voci che tentano di farci sprecare occasioni di bene ci ingannano quando non ci fanno sentire all’altezza delle situazioni.

A quelle voci avrei comunque dato retta e avrei volentieri battuto in ritirata se non fosse che mi erano arrivati a casa trecento pacchettini di mandorle da distribuire ai passeggeri. Non avrei saputo come smaltirli altrimenti.

Sono salita sul Frecciarossa 9422 alle 9:35, pieno zeppo di gente che andava verso Venezia. Erano per la maggior parte stranieri, come mi aveva anticipato la capotreno.

Dopo l’annuncio dell’iniziativa ai microfoni all’interno delle carrozze, quelli con cui di solito Trenitalia si scusa per il ritardo, ho fatto un bel respiro e ho cominciato con la prima carrozza.

 Ho incontrato una famiglia di indiani. Mi hanno ascoltato e nonostante l’inglese arrugginito hanno compreso cosa stessi facendo li. Mi hanno dato dieci euro. Sono partita col botto, sentivo i fuochi d’artificio in testa. I secondi, stessa storia. Nei primi cinque minuti, due su due mi hanno dato più dei tre euro che chiedevo come contributo. Care mie vocine interiori, visto che non era poi così difficile?

Ma ho esultato troppo presto. Tutto il resto del viaggio è un ripetersi di “Buongiorno, posso parlarle di…?” “No grazie, sono a posto.”

“A posto di che?”, ribattevo urlando dentro di me, ma semplicemente andavo via verso il prossimo passeggero. Ho sentito l’ombra del fallimento farsi spazio nel mio sguardo. L’ho sentito spegnersi, mentre ogni nuovo “no” ne riduceva la luminosità. Via via che incameravo “non mi interessa”, sentivo la mia voce farsi sempre meno convincente, fino a non convincere più nemmeno me stessa di quello che stavo facendo.

 In tutto il viaggio di tre ore, ho raccolto solo altre due donazioni. Sono scesa a Ferrara con ventisei euro così demotivata che più demotivata era difficile. Molto difficile.

Ho fatto un giretto per il centro, guardando i mercatini che erano nella piazza principale e mi sono messa in fila a un chioschetto per mangiare qualcosa. Avevo poco tempo prima del viaggio di ritorno. Ho pensato che quasi quasi in questo secondo viaggio mi sarei seduta e basta, non credevo di reggere un nuovo giro di no. E soprattutto non volevo.

“Ormai ci sei, almeno provaci”. Nuove vocine dentro di me hanno iniziato a farsi largo. Fastidiose quasi come le prime, perché mi spingevano a mettermi in gioco ed era più scomodo che rimanere seduta a guardare dal finestrino.  Non volevo assecondarle, ma sapevo che avevano ragione. E poi c’erano ancora una serie innumerevole di scatoline di mandorle da smaltire.

Ho chiamato il mio amico Mauro. Anche lui è coinvolto in questa iniziativa e l’aveva già fatto l’anno scorso. Mi sono sfogata, ho lasciato andare la delusione e raccolto i suoi consigli. “Prima di tutto levati quella casacchina che ci hanno dato che la gente l’associa subito alla richiesta di soldi e ti manda via. E poi inventati qualche scusa e parla con le persone. Soprattutto sorridi”. Mauro è uno che di chiacchere e di sorrisi se ne intende. E sa essere molto convincente. “Sissignore, ci riprovo allora, dai”.

Sono salita sul treno del ritorno. L’area salottino era vuota e la capotreno mi ha fatto sistemare lì dentro. Sarei rimasta volentieri seduta su quella poltrona per tutto il viaggio. Ho aspettato di arrivare a Bologna con la scusa di raccogliere qualche passeggero in più, ma sapevo bene che me la stavo raccontando perché dentro di me avevo paura. Il rifiuto è sempre una cosa brutta.  Mentre guardavo dal finestrino, persa tra pensieri e paure, mi sono ricordata le parole che Valentina ci ha detto l’ultimo dell’anno, quando con i ragazzi iscritti al Capodanno di Luce di Nuovi Orizzonti, siamo andati in strada ad evangelizzare. Dovevamo fermare la gente offrendo abbracci e con quella scusa annunciare che è importante non accontentarsi nella vita, perché siamo chiamati a farne un capolavoro. Noi eravamo lì a dire che avevamo scoperto l’amore e la cura dell’Artista che ci ha creati, amati e che non vuole far altro che dipingere insieme a noi. Ovviamente, anche in quell’occasione la possibilità di trovare braccia chiuse era dietro l’angolo. Vale ci aveva detto: “se ricevete troppi no e sentite che qualcosa non sta funzionando, invocate lo Spirito Santo. Ricordate che non siete lì per voi, ma solo per dare gloria a Dio”. Ho fatto così anche per questa mia piccola missione, ricordandomi di essere solo un piccolo strumento. Poi ho aggiunto: “Signore, rendi generoso il cuore delle persone che incontrerò”. Ho messo il rosario in tasca e sono ripartita con una fiducia nuova.

“Buonasera, posso disturbarla un minuto? In questi giorni sui treni stiamo presentando i progetti di AIPD, un’associazione che si occupa di persone con la sindrome di down. Non so se lei ha mai avuto modo di conoscere qualcuno in maniera diretta o indiretta…”.

È stato il principio di una serie di incontri uno più bello dell’altro. La gente mi ascoltava, io raccontavo di come negli ultimi anni non solo si è allungata l’aspettativa di vita delle persone che  hanno un cromosoma in più, ma anche la qualità della loro vita. Dicevo che, grazie all’aiuto dei volontari, alcuni di loro imparano a muoversi in città in maniera autonoma, non con il GPS senza il quale molti di noi comunque sarebbero persi, ma imparando a chiedere aiuto rispetto, ad esempio, all’autobus corretto da prendere. Mostravo come Gino ha cominciato a lavorare al ristorante sotto casa e tanti suoi amici sono sparsi in bar e ristoranti a preparare caffè e servire pizze.

“Signorina, quindi lei è contenta se le do tre euro?” – mi fa un signore guardandomi con una tenerezza incredibile che mi è arrivata come una carezza.  “Si certo”. Continua a sorridere. E prende il portafoglio.  

Lo ringrazio, gli lascio la ricevuta e il pacchettino di mandorle e proseguo.

In quella carrozza ho ricevuto solamente “si”. Anche in quella successiva e pure in quella dopo. A un certo punto trovo un gruppetto di signori che rientra a Roma dopo il Capodanno a Venezia. Ci mettiamo a parlare un po’. Poi uno di loro si mette la mano in tasca. “Signorina, sa che c’è? Io le do tre euro, ma sappia che sto infrangendo la mia regola”. “Che regola?” “Vede, ci sono tre associazioni che io sostengo durante tutto l’anno. Ho scelto quelle e ho detto a me stesso che non avrei dato niente a nessun altro perché se no qui non la finiamo più”. “Ha ragione, fa bene, anche io faccio così”. “Ma sa, oggi questa regola la voglio proprio infrangere.” “Sono onorata, la ringrazio. Sia per i tre euro sia perché non sa quanto mi incoraggia”. “Vada avanti, lei è brava”. Anche queste parole suonano molto dolci, come balsamo sulle ferite.

Proseguo tra gli altri sedili finché dagli altoparlanti non si sente: “Siamo in arrivo a: Roma Tiburtina”.

Torno nel salottino in cui ho lasciato le mie cose. Il borsellino è così pieno di spicci che quasi non si chiude più. La borsa con i pacchetti delle mandorle invece è vuota.

Infilo il cappotto, scendo dal treno e torno a casa pensando: “Benedette mandorle!”.


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