Cose belle

Ventisette

Esattamente ventidue anni fa, il 27 dicembre, è morto mio nonno Giovanni. La mamma mi svegliò con una carezza. “Vado dalla nonna, tu quando puoi raggiungimi”. La mamma andava dalla nonna tutte le mattine, soprattutto in quel periodo che il nonno stava male, ma nella sua voce quel giorno c’era qualcosa di diverso. Lei andò via e io mi auto-buttai giù dal letto e mi vestii subito. Avevo undici anni. Ricordo che pensai che poteva essere successo, che il nonno poteva essere morto. Casa dei nonni era vicinissima, bisognava attraversare la strada solo due volte. Non ricordo nulla di quel tragitto, percorso migliaia di volte, se non che mi misi a pregare. Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male. Era ancora la vecchia versione, con “non indurci” che poi è stato sostituito da “non abbandonarci”. Menomale, mi era sempre suonato strano quel verbo, perché pensavo che a Dio non gli sarebbe mai venuto in mente di indurci in tentazione, quindi che glielo dicevamo a fare? Invece con abbandonarci è diverso, perché significa che ad indurci in tentazione è qualcun altro, mentre Dio ci può aiutare a non prestargli troppo ascolto. 

Non ricordo nulla di quel tragitto percorso migliaia di volte, se non che, arrivata a casa della nonna dopo quella preghiera, mi sentivo pronta a qualsiasi cosa fosse successo. Citofonai. Non fu la mia mamma a rispondere, forse zio Michele, ma non sono sicura. La mamma però mi aprì la porta. Aveva gli occhi rossi e mi abbracciò. C’era già quella che mi sembrò un sacco di gente in casa, con un vociare che mi infastidiva. Volevo sentire solo il silenzio. Mi misi in salotto, da sola, sul divano e presi la fotografia dei nonni che era sul tavolo grande di legno. La cornice era molto elegante, forse d’argento, e dentro c’erano la nonna e il nonno a braccetto, molto eleganti anche loro. Forse tornavano da qualche festa. La nonna aveva la pelliccia e il rossetto rosso. Più quei due occhi che ti sembrava di guardare il cielo quando li fissavi. Mi misi buona li, seduta per un po’, a guardare quella foto e a pensare che adesso il nonno non c’era più e la nonna avrebbe dovuto andare alle feste da sola da quel momento in poi. Non mi venne da piangere, non subito almeno. Poi a un certo punto mia madre mi chiamò. Voleva che andassi nella stanza dove c’era il corpo del nonno. Era nel letto che gli avevano allestito per quelle ultime settimane, con un materasso particolare e le sbarre per impedirgli di cadere. Il corpo scavato, esile, mangiato dal tumore.  Sulla fronte una bandana, quella azzurra di quando gli faceva male la testa.  Mi sedetti sul letto matrimoniale, di fronte a lui. Accanto a me la nonna, e un paio di sue amiche che vivevano nello stesso palazzo più qualche altre sorella o cognata, non saprei. So solo che mi misero un libretto in mano e mi dissero di leggere. C’erano delle litanie. Mi sono sempre chiesta perché. Perché non ha semplicemente letto una di loro quelle pagine anziché chiedere a un’undicenne di guidare un momento di preghiera davanti a una salma. Ogni volta che rivedo quella scena mi sembra così strana. Io, piccola, ma abbastanza forte per trainare la barca di chi non aveva più le forze neanche di parlare. Non so che ci facessi li. Forse faceva scena una bambina. O forse tenerezza. O magari la mia presenza in qualche modo dava loro speranza. Non lo so eppure, lì per lì, mi sentivo al mio posto. Oggi credo che quella sia stata la mia prima inconsapevole volta in cui servivo da ponte tra la morte e la vita.

Esattamente tre mesi fa, il 27 settembre, è morto mio nonno Augusto. Stavolta è stato il babbo a chiamarmi. La storia di nonno Augusto è fatta di stelle, arcobaleni e di Gesù, ovviamente. Ma ve la racconto un’altra volta.  

Oggi ho due nonni in cielo e una Parola che mi accarezza. Dice che il sepolcro è vuoto: Gesù non è lì dove l’hanno lasciato dopo che l’hanno crocifisso. Dice che nasciamo, per non morire mai più.


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