via Lucis 2024

Champagne e bignè

“Signorina, mi può portare un bicchiere di champagne, per favore?”
Richiesta un tantino insolita per il luogo in cui mi trovo: la mensa Caritas “Giovanni Paolo II” a Roma. Ma Vittorio è un personaggio con una voglia di scherzare da matti, che in aggiunta allo champagne ha ordinato anche venti deliziosi bignè, dieci al cioccolato e dieci allo zabaione.
“Venti bignè forse sono un po’ troppi, ti viene mal di pancia. Lo champagne invece arriva subito”. Sto al gioco, almeno ci divertiamo un pochetto.
Alla fine, cosa costa evadere per un attimo dalla realtà?

È uno dei pochi che parla, almeno all’inizio. Nella saletta, più piccola, dove sono collocata io ci sono circa una quarantina di posti, ma c’è un silenzio assurdo per essere un luogo così affollato.
Molte delle persone cercano il loro posticino, si siedono e mangiano quello che c’è nel loro vassoio. Punto. Finiscono, si alzano e vanno via.

Il pasto, che in teoria è il momento per eccellenza di condivisione, per alcuni qui diventa un ennesimo momento di solitudine, solo con più persone attorno.

Non ci sto. Allora inizio a camminare tra i tavoli chiedendo se va tutto bene, se il cibo è buono e cose così. Mi improvviso cameriera, la cameriera di Gesù, come mi ha detto un giorno qualcuno.

Scopro così che sono tanti quelli che non aspettavano altro che attacar bottone: Mathias, Matheus, Franco, Anna, Cesare e Sthefany, Mattheus, George, Abu,…

Vengono, oltre che dalla stessa Roma, da Argentina, Colombia, Perù, Romania, Burkina Faso,…

Hanno tutti una stanza, accolti dalla stessa Caritas, o una casa dove dormire, ma il lavoro manca. Di conseguenza per mangiare si arrangiano così…

Incontro volti giovani, alcuni miei coetanei, pieni di speranza e volti stanchi, rassegnati perché con trecento euro al mese di pensione di invalidità non puoi andare da nessuna parte, giusto per fare un esempio…

Alcuni vengono proprio da lontano, lasciano tutto, casa e famiglia, in cerca di un futuro migliore di quello che sarebbe potuto essere nel loro paese a causa di situazioni politiche e crisi economiche. Ragazzi in gamba che sanno esprimersi bene in italiano, nonostante siano qui da pochi mesi. Glielo dico e si sentono incoraggiati. C’è una coppia carinissima, che proprio ti chiedi cosa ci faccia lì. C’è luce nei loro occhi, è bello parlare con loro, sono curiosi, anche loro vogliono sapere cosa ci faccio io lì.

Poi c’è un colombiano che fa il tatuatore ed è pieno di piercing. Ha appesi tra lobi delle orecchie e naso piu orecchini di quanti io ne abbia nel cassetto. A lui ho insegnato il detto:”come mamma mi ha fatto”, quando, dopo aver confessato che ho zero tatuaggi e zero piercing, mi ha chiesto se almeno usassi un po’ di make-up.

Un altro signore vuole sapere se mettono delle medicine nel cibo perché alla fine di ogni pasto gli fa male la testa. Si aspetta una conferma come se io fossi una sorta di corruttibile spia segreta, ma deve accontentarsi di un:”ma secondo te qui devono trovare i soldi pure per le medicine da nascondere nel cibo per farvi stare tranquilli!?”. Non penso di averlo convinto, lo vedo un po’ titubante. Prima di andare via, incrocia il mio sguardo e fa finta di svenire. Che simpaticone. Ci salutiamo facendo pugno contro pugno, centro, su, giù e di nuovo centro. Capisco che sono diventata sua amica.

Per ultimo, un uomo africano mi racconta di aver attraversato il mare nel barcone dalla Libia per fuggire dagli jhadisti. “Non hai avuto paura?”, gli ho chiesto. “Devi rischiare, o la vita o la morte. Tanti arrivano, tanti no. Quando  tocchi terra, dopo due giorni in mare, ringrazi Dio”. Lui è qui dal 2009, saltuariamente riesce a trovare qualche lavoretto, come magazziniere ad esempio. 

In più persone mi hanno fatto una domanda:”Perchè lo fai?” “Perchè è bello utilizzare il proprio tempo per fare qualcosa per gli altri.”, rispondo.
In realtà non solo è bello, ma è l’unico modo in cui, credo, valga la pena vivere.
Esserci, avere cura, amare con tutto di me.
Vale nei confronti di chi viene dall’altra parte del mondo e vedrò una sola volta nella vita, ma in misura ancora maggiore per le persone che mi sono messe accanto e mi sono affidate. E per me stessa, perché se non splendo prima io, che Luce porto agli altri?

Oggi io ho fatto il servizio in sala, scorazzando da una parte all’altra per tenere puliti i tavoli e per riempire l’acqua, ma altri colleghi (si, è Ferrovie dello Stato che mi ha mandato a questo giro!) e volontari hanno lavorato in una strabiliante catena di montaggio affinché tutto il servizio di mensa procedesse per il meglio. C’è chi registra le tessere delle presenze, per tenere traccia degli ospiti che passano, chi mette le portate nei piatti (pane, pizzette, primo, secondo, contorno e frutta) man mano che loro giungono con i vassoi, chi si occupa della spazzatura in modo da differenziare correttamente i rifiuti.
In totale oggi sono venute quattrocentosei persone. Italiani, stranieri, donne, uomini, anziani giovani, famiglie con bambini. Quattrocentosei vite, quattrocentosei storie, quattrocentosei occasioni di vedere Gesù nel fratello più povero.

“Signorina, lo champagne non me l’hai più portato.”
“Si, che te l’ho portato Vittò”
“E dove sta?”
“Te lo sei bevuto, non ti ricordi più?”


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