È periodo di grandi cambiamenti in via Zanzur. Antonella, la proprietaria della casa in cui abito da circa un anno, ha deciso di continuare a cercare la sua felicità fuori Roma in un posto bellissimo, a Pavia, che si chiama “Casa del giovane”. Di conseguenza, ha passato buona parte delle sue vacanze a svuotare armadi e mobili per far spazio a Giada, la mia futura coinquilina.
Ho pensato di rendermi un pochino utile mettendomi a controllare gli spazi in comune, quelli dove solitamente finiscono sepolti reperti storici che non ti ricordi più nemmeno che esistono. Cose essenziali, insomma. Così essenziali, che molto è finito nella busta della spazzatura.
Antonella era uscita, ed ero sola in casa con Mimi, la gattina. Finita questa operazione di svuotamento di mobili e riempimento di buste, sarei dovuta uscire anche io.
“Ora poggio un attimo questa spazzatura fuori sul pianerottolo, così non me la scordo”. Mai pensiero fu più indovinato. Con la busta in mano, apro la porta di casa per poggiare l’immondizia fuori. Mi piego leggermente per posarla a terra. E’ questione di secondi. Una folata di vento e la porta mi si chiude in faccia, senza che io riesca a mettere il piede in mezzo allo stipite per evitare quello che mai avrei voluto accadesse. Niente, neanche la punta.
Bene, sono fuori di casa senza chiavi (ovviamente), né cellulare. Non ho niente di niente, se non i vestiti che indosso: top e pantaloncini con corredo di infradito. Non mi faccio prendere dal panico e cerco di pensare a cosa poter fare. In realtà c’è poco da pensare: in casi come questi c’è soltanto da chiedere aiuto. Mi sono avvalsa prima di tutto di quello umano, bussando al vicino di fronte.
Din, don.
“Chi è?”
“Eh…salve, sono la vicina…”
Un signore mi apre. Mi sembra già un buon segno di speranza, anche se il suo aspetto non è che fosse molto incoraggiante. Non nel senso che sembrava un uomo cattivo, anzi. Però pareva una di quelle persone che a primo impatto ti da’ da pensare “mi sa che questo ha bisogno di aiuto ancora più di me”.
Gli spiego la situazione, chiedendo se avesse il numero di Antonella e se la potessi chiamare.
“Io non ho il cellulare. E’ rotto, non lo accendo da due settimane”. Ecco, per l’appunto.
“Non usa il cellulare da due settimane? E’ proprio sicuro che non funziona? Ma possiamo provare?”
“Va bene, guarda, ora lo prendo, vediamo se si accende”.
Si accende. Altro buon segno. La batteria è al 18% e il caricatore è anch’esso rotto da quanto Alessandro mi riporta, ma ce la possiamo fare.
Cerca il numero di Antonella, ma non lo trova. Mi passa il telefono in modo che controlli anche io ed effettivamente il numero di Antonella non c’è. Qui l’ansia segna un punto. Ma non ci arrendiamo.
Mi viene in mente la portiera. Lei sicuro il numero di Antonella ce l’ha. La chiamiamo, risponde e recuperiamo il numero.
Chiamo Antonella. La prima, la seconda ed anche la terza volta, ma niente, non risponde. Sapevo che era uscita con un’amica che non vedeva da tempo e so anche che in certi momenti il telefono uno se lo scorda.
Le lascio un messaggio vocale, chissà, magari, per sbaglio, in un momento x, controlla il cellulare. Ringrazio Alessandro e mi metto a sedere sulle scale.
A questo punto mi gioco l’aiuto divino. Comincio con “Ave Maria, piena di Grazia, ..” “Dai, Maria, fa che Antonella guardi il cellulare”. Inizio sul serio a credere che o ci pensano i piani Alti o davvero potevo rimanere chissà quante ore lì in attesa sulle scale. Mi rendo conto che ciò che sto vivendo in maniera così concreta in quel momento tanto assurdo quanto esilarante è esattamente quello che accade in tante situazioni della vita: ti si chiude una porta in faccia, arranchi una soluzione che non ti porta molto lontano, preghi dicendo a Dio cosa deve fare par aiutarti, e, se hai almeno quel <<qb>> di fiducia necessaria ti metti ad aspettare buono buono. Se non ce l’hai, tenti qualche altra soluzione home-made, ma finisce che aspetti lo stesso, perché tanto non puoi fare molto. Da soli non si va da nessuna parte.
Dopo aver terminato i pallini del mio braccialetto, ritengo che a Maria sia arrivato il mio messaggio, per cui mi alzo e mi metto a fare un po’ su e giù per le scale e un po’ a girare per il portone. All’inizio cerco di non farmi vedere dalle persone, chissà che possono pensare. In particolare, osservo un signore uscire dall’ascensore. Va verso il portone, ma si ferma e rimane lì per un tempo che a me è sembrato lunghissimo, ma si sarà trattato di qualche secondo. Io, un po’ nascosta, lo guardo e sto attenta a non far rumore perché temo possa in qualche modo spaventarlo. È anziano. Dopo un po’ che sta li, immobile, torna indietro e rientra in ascensore.
Riprendo a fare su e giù. Alla fine, per usare meglio quel tempo, decido di uscire allo scoperto e mi trasformo nell’ <<uscere della scala D>> aprendo e chiudendo il portone a chi stava entrando o uscendo. Volevo almeno essere gentile, perché, aldilà delle mie paranoie e dei miei timori, credo che ogni secondo non utilizzato per fare del bene è proprio tempo sprecato.
Prima passa un signore vestito in tuta, che sicuramente sta facendo dei lavori a casa, poi una mamma indiana con il suo bambino super pacioccone rientrano dalla spesa e infine una coppia di anziani molto dolce che si tiene per mano.
Mi guardano, sorridono e vanno oltre.
Ancora un po’ e riappare lui, il signore da cui ero stata attenta a non farmi vedere, con degli occhiali da sole e un cappello che ricorda l’ispettore gadget. A differenza degli altri, lui le domande non se le tiene e cerca di capire che cosa ci faccia una ragazza in top e pantaloncini ferma nel portone.
“Aspetti qualcuno?”- mi fa. Poteva essere una spiegazione plausibile.
“Non prorpio…” – rispondo e gli racconto cosa è accaduto. Si fa una risata e me la faccio anche io, perché in certi casi o ridi o piangi, non c’è via di mezzo. Mi dice di non preoccuparmi, che anche a lui è capitato una volta qualcosa di simile. E’ simpatico, allegro, vivace. Sicuramente è una di quelle persone che ti mettono il buon umore.
“Vuoi chiamare Antonella?”
“Ci ho già provato, ma riproviamo, non si sa mai…Ecco il numero”, dico presentando il bigliettino che mi ero conquistata prima grazie ad Alessandro che e sbandieravo tipo Tamberi alle Olimpiadi con la bandiera dell’Italia”
“No, tranquilla, ce l’ho gia”.
Antonella non risponde neanche questa volta.
Rassegnata, gli restituisco il telefono.
“Grazie, non risponde…aspetterò…le ho mandato un messaggio”
“Vuoi chiamare la mamma?”
I miei occhi si illuminano. Non credevo che qualcuno nel palazzo potesse avere addirittura il numero della mamma di Antonella. Anna abita lì vicino e di solito riesci a reperirla facilmente.
Il telefono squilla.
“Pronto?”. Già respiro un’aria di salvezza.
“Ciao Anna, sono Daniela. Ho un problema”.
Anna è a casa sua e ha anche una copia delle chiavi.
“Arrivo subito”.
Attilio, l’uomo che mi ha salvato il pomeriggio, se ne va soddisfatto e contento di aver aiutato una fanciulla in panne. In seguito , scoprirò che è l’unico nel palazzo ad avere il contatto di Antonella e anche della madre perché tempo addietro l’ha aiutata con il montaggio delle mensole.
20 minuti dopo, Anna e lì con la chiave della salvezza. Mi viene
L’abbraccio. Quando la infila nella serratura e mi apre la porta, mi accorgo che non è mai stato così bello tornare a casa.
Faccio caso a tutta questa storia e capisco che Dio si è servito di una porta chiusa per dirmi che Lui c’è. Non solo, che provvede veramente a me. Ha ascoltato una preghiera supplichevole, non dandomi ciò che chiedevo (che Antonella richiamasse), ma ciò di cui avevo bisogno (rientrare a casa). È venuto una prima volta, ma io mi sono tirata indietro, nascondendomi e non lasciando che Attilio mi vedesse.
E alla mia testa dura, Lui ha risposto insistendo e riportando Attilio nel portone una seconda volta.
Insomma, quanto ci Ama questo Dio Padre che ci esaudisce se noi poco poco Lo lasciamo fare?

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Bellissimo ed evocativo. Ancora complimenti☺️
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