IV tappa
A Foggia, durante il laboratorio di prossimità, insieme a Rubi e Irene abbiamo cominciato a camminare per le vie della stazione cercando di osservare quali povertà vi abitano. Abbiamo visto diverse zingare con bambini piccoli, molti uomini soli seduti su delle panchine ( qualcuno anche con il cartone di tavernello a portata di mano) ma ci siamo fermate quando abbiamo notato una donna seduta davanti a un negozio con tante buste della spesa.
Abbiamo un po’ indugiato all’inizio, ma quando ci siamo accorte che ricambiava il nostro sguardo, ci siamo avvicinate senza paura e ci siamo sedute accanto a lei.
Il suo nome è Marcela, viene dalla Romania, ha un viso stanco ma bellissimo, le mani gonfie e piene di calli perché passa diverse ore della giornata nei campi. È qui insieme a suo marito dall’inizio dell’estate più o meno. Suo figlio, infatti, che lavora come contadino a Foggia da circa 12 anni, nei periodi di lavoro più intenso chiede ai suoi genitori di raggiungerlo per avere delle mani in piu.
Non si esprime benissimo in italiano, però riusciamo a capirci. Stiamo parlando da alcuni minuti, quando si avvicina un ragazzo. È proprio suo figlio, Konstantin. È giovane, ma il suo viso è un po’ invecchiato. Probabilmente è perchè passa diverse ore sotto il sole. I suoi occhi sono azzurro limpido. Si accovaccia in modo che possiamo parlarci stando alla stessa altezza. È singolare, perché di solito siamo noi che facciamo questo gesto per stare più vicino ai poveri che vediamo fermi ai crocicchi delle strade.
A questo giro, quella a cui qualcuno si stava avvicinando per parlare un po’ ero io.
Ci racconta che quando ha iniziato, 12 anni fa, il primo titolare a cui aveva chiesto lavoro pagava la giornata agli stranieri 22 euro.
Non ha ceduto all’essere sfruttato, e così dopo pochi giorni è andato a bussare ad un’altra porta. Ha trovato così un uomo che lo retribuiva in maniera piu giusta e con cui lavora tutt’oggi, che gli ha offerto 50 euro a giornata. È rimasto a lavorare per lui ed oggi è responsabile di quei campi e coordina anche altre persone.
È contento del suo lavoro. Lo svolge con impegno e serietà. Era facile capirlo da come ne parlava.
Un po’ di anni fa mi colpì sentire che proprio nelle stesse campagne di Foggia dove oggi lavora Konstantin, alcuni uomini avevano perso la vita a causa dei ritmi disumani di lavoro. Pensai a quanto questo fosse ingiusto.
Ancora oggi, da quello che ci ha raccontato questo ragazzo dal cuore umile, c’è tanto sfruttamento, c’è chi guadagna sulla pelle degli altri.
Perchè è così difficile volere il bene anche di altri?
Non lo so. Forse l’unica risposta all’avarizia e all’egoismo che cresce nel cuore dell’uomo prorpio come crescono le zucchine che semina Konstantin, è non arrenderci a questo sistema. Mettere mettere un pizzico di attenzione in più lì dove siamo per accorgerci dell’altro e di ciò di cui ha bisogno. Saper dire no di fronte a una situazione che non ci piace e non assecondare. Educarci a non avere per forza sempre tutto.
Sono stata contenta di aver incontrato Konstantin perché la sua è la storia di chi è riuscito a costruirsi un futuro migliore qui in Italia. Konstantin ce l’ha fatta e come lui possono farcela anche altri. È questa la “buona notizia” che porto a casa oggi.
Per salutarci ci siamo infine alzati in piedi.
“Un’ultima cosa, Konstantin”
“Certo, dimmi”
“Hai un desiderio per il tuo futuro?”
I suoi occhi brillano. “Uuuh, sai quanti!”
“Dai, dimmene solo uno, il più importante di tutti”.
Mi prende e mi avvicina tantissimo a se in modo improvviso che mi fa sussultare per un attimo perché non sapevo cosa volesse fare. Eravamo uno di fronte all’altro a pochi centimetri di distanza. Avvicina la sua bocca al mio orecchio.
“Prima che mamma muoia, vorrei trovare una bella donna con cui stare e crescere dei figli”.
Mi apre il cuore. È un desiderio che conosco e che, forse, per questo, ci ha unito.
Andiamo via e ripenso che ancora una volta è proprio come dice la mia amica Chiara: “l’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”.
Senza amore e senza amare siamo come le zucchine che non vengono raccolte per tempo. Si ingrossano troppo e poi nessuno le vuole.
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