Oggi è festa per tanti motivi, uno più bello dell’altro. Benedico per il dono della vita, ringrazio per il dono dell’amore, gioisco per il dono della Luce.
Ripenso a quante volte sentiamo la vita in noi spegnersi a causa di una mancanza, di un fallimento, di una delusione, di una disillusione. Anche l’attesa può diventare un’arresa e creare zone d’ombra sui nostri desideri più veri.E a quel punto ci chiediamo: “Chi sono io per essere così brillante, stupendo, pieno di talenti e favoloso?”. In realtà dovremmo chiederci: “Chi sei tu per non esserlo?”
Abbiamo consegnato questo piccolo messaggio di Nelson Mandela a tante persone incontrate nelle stazioni durante la via Lucis. A tutte quelle povertà che hanno il nome di “abbandono”, “solitudine”, “dipendenza”, “sfruttamento”, abbiamo voluto dire che, a prescindere dalla situazione in cui ci troviamo, siamo stati creati per essere Luce. E che quando la nostra fiamma si fa fioca, c’è sempre qualcuno che viene a cercarti per dirti che ti vuole bene e che… sei speciale. Sempre. Capita soprattutto che questo qualcuno sia qualcuno che non ti aspetti, in modi che non immagini, come le persone che in stazione hanno visto dei giovani vestiti di giallo venirgli incontro e si sono domandati: ”Ma questi che vogliono?!”
Nelle ultime settimane, in maniera particolare, mi sto rendendo conto che la gran parte delle volte non riusciamo a dare agli altri quello di cui hanno bisogno o ci lamentiamo perché gli altri non ci aiutano nel modo in cui vorremmo. E’ difficile riuscire a trovare un tetto anche per una sola notte a chi non ha casa, un lavoro a chi l’ha perso, un pasto che non sia il solito panino. L’unica cosa che a volte possiamo dare a chi incontriamo, che siano i nostri amici più stretti o i poveri con cui per qualche motivo entriamo in contatto, è un po’ di noi stessi. E l’unica cosa che a volte gli altri ci possono dare è un po’ di loro stessi. E’ sufficiente? Non lo so, ma credo che la risposta abbia a che fare con la capacità di ognuno di saper accogliere.
Saper accogliere è uno dei primi passi per imparare ad amare. Questo ce lo hanno testimoniato i “santi della porta accanto”. Le storie di ragazzi che durante la loro vita, in alcuni casi provata dalla malattia, si sono lasciati amare dall’unico Amore che salva, unite ai volti e ai sorrisi luminosi di mamme, papà, fratelli, sorelle, cugini, amici che ci hanno raccontato di loro hanno davvero inondato le nostre vite di una Luce che è inutile anche solo provare a descrivere. In loro, oggi, vedo tanti piccoli Simeone dire: “Ora lascia Signore, che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Questi ragazzi ci hanno dimostrato come buio e luce, gioia e tristezza, morte e resurrezione possono stare insieme nelle nostre vite. E che sta a noi scegliere, ogni giorno, a chi di loro dare voce.
Noi ci chiediamo: ”Chi sono io per essere santo?”. In realtà dovremmo chiederci: “Chi sono io per non esserlo?”
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